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Come d’abitudine ho ascoltato con interesse i commenti dei solognesi sull’”operazione fornella” che, dal punto di vista organizzativo, non è stata certo una passeggiata fuori paese; dal “bravi” senza riserve che è prevalente (e mi fa piacere), si arriva fino al “siete patetici” che, devo dire, non mi stupisce né mi offende; in effetti un po’ patetici lo siamo; dipende dal punto di vista che si sceglie di adottare; questa manifestazione è stata la naturale prosecuzione del TRIAS, il convegno che ci aveva coinvolti nello scorso ottobre, che ci aveva regalato una memorabile serata canora e un interessante meeting sui gessi triassici; già allora il Parco, padre dell’iniziativa, aveva avuto occasione di testare la nostra ospitalità insieme alle dotazioni e all’organizzazione che ci siamo dati negli ultimi anni e, per un paese che si è espresso, con referendum, per essere ammesso alla dignità di “lembo di Parco”, l’occasione appunto è stata ghiotta; oggi l’aver prodotto calce rosa dopo cinquant’anni circa dall’ultimo atto del genere, è, sia per il paese che per il Parco, un’ulteriore prova di sensibilità e se una realtà come il Parco attribuisce peso ed importanza alle pratiche che in un passato relativamente recente e prima ancora per secoli, hanno caratterizzato le abitudini e il quotidiano di chi non aveva strade, supermercati, automobili e costruiva la propria sopravvivenza su quanto aveva a disposizione, significa che stiamo ragionando della civiltà che si è evoluta nella nostra ma pur sempre di una civiltà; e di tale civiltà, con le sue peculiarità e le sue caratteristiche, noi generazioni successive dobbiamo essere orgogliosi.
Come numerose altre, su per i nostri monti era una civiltà agricola e Dio sa se sia stato bene o male aver dismesso tutto un patrimonio culturale di secoli in nome di scelte di vita che oggi, dopo pochi decenni, sono già in discussione e sotto il fondamentale profilo ecologico; ora non è certo più possibile rinunciare, per esempio, al cemento e ai “foratoni” che oramai sono entrati nelle scelte tecniche delle nostre imprese; certo, con l’approfondimento anche degli studiosi di settore, si sta facendo strada l’ipotesi che, sia nel rapporto qualità/prezzo sia sotto il profilo dei costi e dei ricavi, calce e sassi fossero e siano migliori e questo senza neppure considerare l’aspetto estetico; in molti sono d’accordo nel ritenere le costruzioni “moderne” inadatte ad un contesto agricolo o post-agricolo come il nostro; a Sologno, di veramente bello ed antico sotto il profilo della costruzione, c’è rimasta la Chiesa, unico monumento/tramite tra noi e il nostro passato architettonico di comunità agricola; esprimo un parere: si tratta di un edificio che “sprizza” religiosità dai suoi sassi e dalla sua calce rosa, una religiosità diversa dalla nostra di individui secolarizzati e bombardati dalle televisioni, ma questa è un’altra storia.
Oggi si usano i sassi (dei due tipi “masign” e “cavrun”) per dare un tono architettonico locale a costruzioni ormai moderne che ne guadagnano in eleganza e coerenza col contesto territoriale ma nessuno pensa, per esempio, che i “cavrun” assorbono e restituiscono il calore esterno contribuendo al fresco estivo e al caldo invernale degli interni; queste non sono considerazioni da “amante del bel tempo antico”; alle manifestazioni sulla calce rosa c’erano fior di professori universitari dai quali ho appreso appunto che l’uso combinato di sassi e calce garantiva ai nostri nonni risultati edilizi almeno pari ai nostri se non migliori.
Dunque noi “prolochini” saremmo anzi siamo sicuramente patetici a recuperare, con impegno e fatica non indifferenti, queste pratiche secolari ma lo facciamo, insieme al Parco, per non perdere la continuità con il nostro passato e mostrare ai più giovani alcune interessanti istantanee di un tempo che abbiamo dentro; è una forma di rispetto per noi stessi.
Lino
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