Pro-loco, storia di partecipazione
Con alterna fortuna ho coltivato per una vita la voglia di “partecipare” e mai, soprattutto in età giovanile, avrei pensato che l’occasione era lì, ad un passo, sotto i miei occhi; metto le virgolette al termine per la percezione che ne ho come chiave di volta di un effettivo sistema democratico, a misura d’uomo; ne avevo nostalgia man mano che nel corso degli studi mi lasciavo affascinare da ciò che ne diceva Platone e, molto più tardi Tocqueville; ma come? teorie suggestive e coinvolgenti, piene di rispetto e giustizia e poi la realtà tristemente e ineluttabilmente opposta; senza voler fare accostamenti troppo arditi, ricordo con piacere Gaber e il suo pezzo che diceva “libertà è partecipazione”, guai a chi si chiude in casa in attesa che qualche istituzione, come delegata a fare, provveda a tutto; partecipare è sinonimo di controllare, verificare, aggiornare, collaborare, esserci insomma; riveste un’importanza enorme evitare che i rappresentanti perdano il contatto con la gente e svalutino di conseguenza l’azione politica (come sta succedendo un po’ a tutti i livelli); chi delega non può mai pensare di aver esaurito il proprio compito; chi rappresenta deve continuamente sottoporre a verifica il proprio mandato; si è veramente liberi nella misura in cui si è in grado di essere coinvolti nella determinazione del proprio destino.
Ma vengo a parlare dell’argomento che mi preme e cioè della mia occasione di partecipare: l’associazione pro-loco cui appartengo da qualche anno; è associazione di un paese ora di poche anime ma molte altre sparse per il mondo a seguito dei noti fenomeni migratori; non dico niente di nuovo se sostengo si tratti di una formula amministrativa moderna che definisce tutto ciò che si mette in atto per promuovere una realtà geografica sia in senso fisico (arredo urbano, pulizia, ordine ecc..) che in senso immateriale (immagine, identità).
Ebbene, da preziosi racconti di anziani, so, e da qui ho capito quanto fosse importante, che la pro-loco esisteva già di fatto quando, nella prima metà del secolo scorso, il paese era un grosso centro di agricoltura povera; non c’era fazzoletto di terra che non fosse coltivato, bosco che non fosse curato, sentiero che non fosse battuto.
Faccio un esempio: quando, soprattutto nelle stagioni intermedie, arrivavano grossi temporali od acquazzoni, la tanta acqua faceva danni a strade, argini, sentieri di utilizzo comune; c’era per questo una persona incaricata in modo semplice e diretto della quale non faccio il nome, ma che in paese gli anziani ricordano bene, che, la domenica mattina presto, vanga e zappa in spalla, passava lungo tutto il paese con un campanello chiamando a raccolta tutti gli uomini; non lo seguivano certo con entusiasmo con alle spalle una settimana di durissimo lavoro ma lo seguivano e tutti insieme ripristinavano, riordinavano, aggiustavano; era un momento importante di condivisione che definiva una sociologia mutualistica e solidale, creava una forte identità e, aggiungo, anche se allora di ecologia non si parlava, prefigurava un rispetto profondo per il proprio habitat considerato quasi un dono di Dio; erano comunque antesignani dell’attuale pro-loco, con evidenti tratti comuni.
Il contesto è sicuramente diverso; la gratuità della partecipazione solidale fatica oggi ad essere percepita da chi si è ormai assuefatto alle istituzioni locali con relativa fisiologica burocrazia e si è rifugiato nel privato; il teorema è: modernità=organizzazione e organizzazione=divisione dei compiti; perché mai un cittadino che paga le tasse dovrebbe mettersi in gioco quando sta pagando qualcuno per farlo al suo posto? La risposta l’ho già data sopra; un’associazione pro-loco forte e concreta paradossalmente inchioda gli amministratori spesso inadempienti non sempre per colpa diretta, alle loro responsabilità di rappresentanti; di più, se un’associazione o semplicemente un gruppo di paesani pretendono di essere ascoltati portando come argomenti fatti e non parole, anche la burocrazia vacilla e non può non rendere onore al merito.
Ed ecco che allora, come in passato, una pro-loco attiva e presenzialista diventa un forte elemento di identità paesana; anche qui faccio un esempio: la genesi della pro-loco alla quale appartengo è soprattutto l’organizzazione di una festa d’autunno che nel corso degli anni ha assunto dimensioni non trascurabili coinvolgendo per necessità sempre più paesani; devo dire che mi ha sempre dato emozione per non dire orgoglio lavorare fianco a fianco con altri compaesani, indossando la stessa camicia o lo stesso grembiule, quasi fosse la divisa di un piccolo esercito la cui battaglia era insieme marketistica ed economica.
I buoni risultati di tale esperienza hanno convinto e allargato l’interesse ed è riemersa quell’identità forte ed orgogliosa dei paesani, sia di quelli attivi e coinvolti sia di quelli non attivi sempre tuttavia presenti alle manifestazioni organizzate a scopo di autofinanziamento; sempre più esiguo e marginale lo zoccolo duro degli agnostici e refrattari ad ogni tipo di impegno.
Dicevo che il denominatore comune tra passato e presente è il volontariato, la convinta gratuità dell’impegno finalizzato all’interesse collettivo e, in effetti, in pro-loco non si fa carriera e non si rimedia un euro anzi si spendono tempo e denaro che nessuno restituirà mai; si passano parte delle ferie e del tempo libero a pulire sentieri, apparecchiare e sparecchiare tavoli, improvvisarsi muratori o improbabili agricoltori; il tutto con entusiasmo e umiltà; a volte arrivano anche le delusioni e lo scoramento nei momenti di grande impegno rubati al proprio privato ma è solo un attimo, poi si continua; i risultati, checchè se ne possa pensare, ci sono; non voglio esagerare; il paese sta cambiando assetto sia dal punto di vista materiale (ogni anno si realizzano nuove strutture e se ne recuperano altre secondo una reale pianificazione) sia, molto più importante, dal punto di vista culturale; sempre più paesani, vicini e lontani, riscoprono l’ebbrezza della propria identità e delle proprie radici; valori profondi e non solo in relazione al paese ma anche e soprattutto agli aspetti personali, all’equilibrio, alla conoscenza di se stessi in rapporto agli altri, messi a dura prova nel nostro mondo in cui tutto si compra e tutto si vende.
Sono partito e torno per concludere alla “partecipazione” tra virgolette; andrebbe capita e stimolata da parte di chi determina i principi etici che informano i rapporti personali e civili; è un patrimonio tutto da mettere frutto e dovrebbero essere proprio gli addetti all’interesse collettivo a promuoverne lo sviluppo; probabilmente non lo fanno o perché non gli conviene o perché ne hanno paura.
Una connotazione finale: l’intendimento di questo scritto è chiaramente filosofico ma mi sembra giusto dare risposta alla curiosità naturale di chi si sentirà di leggerlo: la pro-loco è quella di Sologno.
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